Samuel KrappDrammaturgo
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2018

Geminga

Dramma psicologico in atto unico, dai toni grotteschi

In una clinica, un uomo e una giovane che si dice sua figlia si sfidano tra giochi, ricordi e paradossi scientifici. Le registrazioni dei colloqui con una psichiatra incrinano il loro mondo, facendo affiorare una verità che lui non riesce ad affrontare.

Illustrazione concettuale provvisoria per Geminga

Sinossi

Un uomo ricoverato dopo un tentativo di suicidio divide le giornate con una giovane che chiama Bambina. Lei vuole giocare, racconta amori disastrosi, inventa fughe e trasforma gli oggetti più comuni in strumenti di una fantasia insieme tenera e crudele. Lui cerca riparo nelle spiegazioni scientifiche, mentre il tempo perde misura e gli annunci della clinica scandiscono una quotidianità che sembra ripetersi senza uscita.

Fra provocazioni, litigi e improvvise complicità, i due si riconoscono come padre e figlia, ma le loro età e i loro racconti non coincidono con una realtà stabile. A interrompere il gioco sono le registrazioni dei colloqui con una psichiatra: il ricordo di Margherita, la paura dell’abbandono e le domande su Camilla riportano l’uomo verso il giorno che tenta di dimenticare. La comicità si incrina e lascia emergere il dolore di un legame sospeso fra presenza e assenza, fino a un finale che cambia il significato di tutto ciò che è accaduto in scena.

Note d’autore

In Geminga il gioco è il linguaggio di un legame che non riesce a interrompersi. La richiesta della Bambina torna ostinata e cambia continuamente forma: una filastrocca, una fuga immaginaria, un abito da sposa costruito con sacchi dell’immondizia. Ogni invenzione offre ai personaggi un modo per stare insieme, ma può anche diventare un’accusa. Tenerezza e crudeltà abitano gli stessi gesti, e la risata accompagna lo spettatore verso ciò che l’uomo non vuole ricordare.

La fisica entra nel testo attraverso la voce dell’uomo e il suo bisogno di spiegare le relazioni: particelle che si incontrano, scambi di energia, stati che restano sospesi finché qualcuno non guarda. Queste immagini diventano il lessico con cui prova a dare ordine all’abbandono e a rinviare il confronto con la propria responsabilità. Alle sue spiegazioni la Bambina oppone il desiderio, la fantasia e una memoria che insiste. Le registrazioni dei colloqui spezzano questa fragile convivenza: il passato torna a chiedere di essere riconosciuto, mentre il teatro rende presente chi continua a essere cercato.

Messinscene

2019

Geminga

Donkey files teatro

Regia: Ilaria Weiss e Fabio Manniti

Ilaria Weiss — Lei

Fabio Manniti — Lui